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Un sostenitore del Contratto di Fiume Meolo Vallio Musestre ci scrive alcune riflessioni proprie.
Alcune domande per il futuro del Meolo, del Vallio e del Musestre
Negli ultimi decenni l’agricoltura del basso Trevigiano e della pianura compresa fra i fiumi Sile, Piave e i loro affluenti ha attraversato una trasformazione profonda.
Non è cambiato soltanto ciò che viene coltivato: è cambiata la geometria del territorio agricolo, la struttura delle aziende, il rapporto con l’acqua e, più in generale, il paesaggio rurale.
Il modello tradizionale, caratterizzato da una relativa diversificazione fra seminativi, prati, frutteti, allevamento e piccole aziende familiari, è stato progressivamente sostituito da forme di agricoltura molto più specializzate.
La viticoltura ne è forse l’esempio più evidente. La forte redditività raggiunta dalla produzione di vino, e in particolare dal sistema legato al Prosecco e alle denominazioni di origine, ha favorito la trasformazione di numerosi terreni precedentemente destinati a seminativi, prati o altre colture.
Parallelamente sono diminuite alcune coltivazioni tradizionali, come quelle frutticole e orticole, che hanno incontrato crescenti difficoltà economiche di fronte alla concorrenza della grande distribuzione e all’aumento dei costi di produzione.
Anche l’allevamento ha subito una trasformazione radicale. Le piccole stalle familiari sono progressivamente scomparse, mentre la produzione si è concentrata in un numero più limitato di strutture di dimensioni maggiori e maggiormente automatizzate.
A questo processo si è aggiunta la diffusione degli impianti a biogas.
Una parte dei terreni agricoli viene oggi destinata alla produzione di biomassa energetica, soprattutto attraverso colture come il mais, che può essere raccolto ancora verde e destinato alla digestione anaerobica anziché alla tradizionale produzione di granella o all’alimentazione animale.
Anche questo fenomeno merita una riflessione.
Ma è sempre conveniente utilizzare terreno agricolo fertile per produrre energia?
La domanda non è necessariamente se il biogas sia “buono” o “cattivo”.
La domanda è un’altra:
è razionale destinare terreni agricoli, acqua, fertilizzanti, energia e suolo fertile alla produzione di biomassa energetica quando contemporaneamente aumentano la scarsità d’acqua e la vulnerabilità dei nostri ecosistemi fluviali?
E ancora:
quale dovrebbe essere il limite oltre il quale la produzione energetica da colture dedicate entra in competizione con la produzione alimentare, con la fertilità del suolo e con gli altri servizi ecosistemici forniti dall’agricoltura?
Sono domande che non riguardano soltanto gli agricoltori. Riguardano l’intera collettività, perché il territorio agricolo e la risorsa idrica sono beni che producono effetti ambientali e sociali molto più ampi della singola azienda.
IL PROBLEMA DELL’ACQUA
La trasformazione agricola si è accompagnata a un altro cambiamento fondamentale: il clima.
Piogge intense concentrate nel breve periodo, estati più calde, periodi siccitosi più frequenti e maggiore domanda evaporativa rendono oggi l’acqua un fattore produttivo sempre più importante.
Anche colture che in passato potevano essere condotte prevalentemente senza irrigazione ricorrono sempre più frequentemente a sistemi irrigui.
La viticoltura moderna, ad esempio, utilizza diffusamente impianti a goccia, spesso automatizzati e governati da sensori e sistemi di controllo remoto.
Questi sistemi hanno certamente consentito di migliorare l’efficienza dell’irrigazione e di ridurre gli sprechi rispetto ai sistemi tradizionali.
Ma una maggiore efficienza non significa automaticamente consumo nullo o irrilevante.
E qui nasce la questione centrale.
In estate, proprio quando la domanda irrigua raggiunge il massimo, i corsi d’acqua possono trovarsi nelle condizioni di maggiore sofferenza.
È quindi necessario chiedersi:
quanta acqua può essere legittimamente sottratta ai fiumi e alle falde per sostenere le attività agricole quando la disponibilità naturale della risorsa diminuisce drasticamente?
La Regione del Veneto attribuisce ai propri uffici del Genio Civile il rilascio delle concessioni di derivazione d’acqua, mentre la gestione della rete idrica minore è affidata ai Consorzi di Bonifica. Le concessioni riportano portate e volumi autorizzati e sono soggette alla disciplina sulle acque pubbliche.
Il problema, dunque, non è soltanto quanta acqua è autorizzata sulla carta, ma anche quanta acqua viene effettivamente prelevata e quale sia l’effetto cumulativo di tutti i prelievi durante i periodi di magra.
ALCUNE DOMANDE AI CONSORZI DI BONIFICA
La rete di bonifica svolge una funzione fondamentale per il territorio.
Ma proprio per questo è necessario conoscere con precisione i bilanci idrici del sistema.
Quanto volume d’acqua viene complessivamente derivato dalla rete consortile a fini irrigui durante una stagione?
Qual è il rapporto fra acqua immessa nella rete e acqua effettivamente utilizzata dalle aziende agricole?
Quanta acqua viene dispersa per infiltrazione, evaporazione o altri motivi?
Quali sono i volumi effettivamente misurati e quali, invece, sono stimati?
Esistono sistemi di misura generalizzati dei prelievi delle singole utenze?
Come vengono gestiti i periodi nei quali la disponibilità della risorsa scende al di sotto della domanda?
E soprattutto:
Quando l’acqua non basta per tutti, chi ha la priorità?
Il mantenimento del deflusso ecologico dei corsi d’acqua deve essere considerato un vincolo effettivo e non soltanto teorico.
ALCUNE DOMANDE AL GENIO CIVILE
Le concessioni di derivazione rappresentano lo strumento attraverso il quale viene regolato l’utilizzo dell’acqua pubblica.
Ma oggi sarebbe utile disporre di un quadro conoscitivo facilmente accessibile e aggiornato.
Quante sono le concessioni di derivazione ad uso irriguo nel bacino del Meolo, Vallio, Musestre?
Quali sono le portate massime e medie autorizzate?
Quali sono i volumi annui concessi?
Quanta parte dei prelievi riguarda acque superficiali e quanta acque sotterranee?
I volumi effettivamente prelevati vengono misurati sistematicamente?
Come vengono controllati i prelievi nei periodi di siccità?
Quali criteri determinano la riduzione o la sospensione dei prelievi quando il corso d’acqua raggiunge condizioni critiche?
Il tema non è mettere in discussione il diritto dell’agricoltura ad utilizzare l’acqua.
Il tema è stabilire quanto di quel diritto possa essere esercitato quando la risorsa non è sufficiente a garantire contemporaneamente gli usi antropici e la funzionalità ecologica del fiume.
E AGLI AGRICOLTORI: UNA DOMANDA ANCORA PIÙ SEMPLICE
L’agricoltura è un’attività economica essenziale e svolge anche importanti funzioni di presidio del territorio.
Ma le imprese agricole usufruiscono, a vario titolo, di sistemi di sostegno pubblico, incentivi e agevolazioni che hanno l’obiettivo di mantenere competitiva e sostenibile l’attività agricola.
Questo pone una questione di reciprocità.
Se la collettività sostiene economicamente l’agricoltura, è ragionevole chiedere che una parte di questo sostegno sia condizionata anche all’uso responsabile delle risorse naturali?
In altre parole:
chi beneficia di una risorsa pubblica scarsa dovrebbe essere chiamato anche a dimostrare di utilizzarla nel modo più efficiente possibile?
La domanda vale per l’acqua, ma anche per il suolo, per la biodiversità e per il paesaggio.
Non significa chiedere all’agricoltore di rinunciare al proprio reddito.
Significa chiedere se la redditività privata di una coltura debba essere l’unico criterio con cui decidiamo il futuro del territorio.
IL CASO DEL MAIS DESTINATO AL BIOGAS
La questione diventa particolarmente interessante nel caso delle colture irrigue destinate alla produzione di biomassa energetica.
Se una coltura richiede grandi quantità d’acqua durante una stagione siccitosa, dobbiamo chiederci se sia sempre opportuno mantenerla indipendentemente dalle condizioni del fiume.
La domanda potrebbe essere posta in termini molto concreti:
è accettabile continuare ad irrigare una coltura destinata alla produzione di energia quando il corso d’acqua dal quale viene prelevata l’acqua è in condizioni di grave magra?
E ancora:
deve avere la stessa priorità un ettaro destinato alla produzione alimentare e un ettaro destinato alla produzione di biomassa energetica?
È possibile introdurre criteri di priorità nell’uso dell’acqua in funzione della destinazione della coltura?
È ragionevole che gli incentivi pubblici alla produzione energetica non tengano conto del consumo d’acqua necessario per produrre la biomassa?
Sono questioni che meriterebbero un confronto aperto fra agricoltori, Consorzi di Bonifica, Regione, Genio Civile, gestori degli impianti a biogas e comunità locali.
MISURARE PRIMA DI DISCUTERE
Una prima risposta potrebbe essere molto semplice:
MISURARE.
Non possiamo discutere seriamente di sostenibilità dell’acqua se non conosciamo con precisione:
• quanta acqua viene prelevata;
• da quale corpo idrico;
• da quale utenza;
• per quale coltura;
• in quale periodo dell’anno;
• con quale concessione;
• con quale volume autorizzato;
• quale sia il consumo effettivo;
• quale sia la disponibilità del corso d’acqua nel momento del prelievo.
Per questo sarebbe auspicabile una misurazione effettiva e trasparente dei prelievi, attraverso contatori e misuratori di portata adeguati.
La Regione del Veneto dispone già, nell’ambito delle procedure relative alle derivazioni, di strumenti e modulistica dedicati alla lettura dei volumi e alle autoletture dei consumi.
La questione, dunque, potrebbe essere quella di rafforzare e rendere sistematica la misurazione effettiva dei consumi.
UNA POSSIBILE STRATEGIA
Potremmo immaginare un sistema nel quale:
1. Ogni prelievo significativo viene misurato.
2. I dati sui volumi autorizzati e sui volumi effettivamente prelevati vengono raccolti in un sistema conoscitivo di bacino.
3. Nei periodi di scarsità d’acqua vengono applicate regole progressive di riduzione dei prelievi.
4. Il deflusso ecologico del fiume costituisce un limite effettivo alla disponibilità della risorsa per gli usi antropici.
5. Chi consuma più acqua paga proporzionalmente di più, introducendo, ove compatibile con il quadro normativo, criteri che incentivino l’efficienza e scoraggino i consumi non necessari.
6. Gli incentivi pubblici possono essere maggiormente orientati verso colture e tecniche che riducono il consumo d’acqua, migliorano la fertilità del suolo e favoriscono la biodiversità.
7. Nei periodi di emergenza idrica la priorità dovrebbe essere stabilita secondo criteri trasparenti, pubblici e verificabili.
LA DOMANDA FINALE DEL CONTRATTO DI FIUME
Il Contratto di Fiume Meolo, Vallio, Musestre potrebbe essere l’occasione per affrontare questa discussione senza contrapporre agricoltura e ambiente.
La questione non è:
“Vogliamo meno agricoltura?”
La questione è:
“Quale agricoltura possiamo permetterci con l’acqua che abbiamo?”
E soprattutto:
“Quanta acqua possiamo sottrarre ai nostri fiumi prima che il costo ambientale e collettivo diventi superiore al beneficio economico prodotto?”
Se l’acqua è una risorsa pubblica, anche la sua scarsità deve essere considerata un fatto pubblico.
Se l’agricoltura riceve sostegno dalla collettività, è legittimo chiedere in cambio efficienza, misurazione e responsabilità nell’uso delle risorse.
Se un’impresa ha diritto ad utilizzare l’acqua in forza di una concessione, è altrettanto legittimo chiedere che quella concessione venga esercitata nel rispetto delle condizioni idrologiche reali del corso d’acqua.
E se il fiume, durante una lunga siccità, non ha più acqua sufficiente per tutti, la domanda non può essere elusa:
chi deve rinunciare a una parte dell’acqua, quanto deve rinunciare e sulla base di quali criteri?
Forse è proprio questa una delle discussioni più importanti che il Contratto di Fiume Meolo, Vallio. Musestre dovrebbe portare al centro del confronto fra istituzioni, agricoltori, Consorzi di Bonifica, imprese, associazioni ambientaliste e cittadini.
Perché il problema non è soltanto avere l’acqua.
È decidere, insieme, come utilizzarla quando l’acqua non basta più per tutti.

