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“Ritengo idiota qualsiasi ipotesi di utilizzo dell’acqua del Vajont — scandisce Luigi D’Alpaos, professore emerito di Ingegneria idraulica all’Università di Padova .
Credo che la dignità delle persone morte da innocenti debba essere messa davanti a tutto, anche perché quella tragedia non si ripeta.
Anche tecnicamente la cosa va valutata con meno superficialità, Marco Paolini faccia il suo mestiere e non parli di ciò che attiene al lavoro di altri.
Quelle acque sono lì per ricordare costantemente ciò che è capitato, il perché e le vittime, da celebrare tutti i giorni, non solo all’anniversario. Si lanci invece una campagna affinché le acque del Vajont continuino a correre dove scendono adesso, perché è quella valle il vero monumento ai caduti.”
La fregola di sfruttare ogni risorsa idrica, di piegare ogni valle a una logica di utilità, di trasformare ogni corso d’acqua in una riserva da utilizzare, ha radici remote. E la storia ci ha già presentato conti tragici.
Il Vajont non è un serbatoio da rimettere in gioco: è una ferita della nostra storia, un monito permanente sulle conseguenze della presunzione umana quando pretende di dominare la natura ignorandone i limiti e sacrificando la sicurezza delle persone.
E mentre si torna a ipotizzare lo sfruttamento delle acque del Vajont, si ripropone anche il progetto di una diga sul torrente Vanoi, in un territorio delicato, dove la sicurezza idraulica e geologica, gli equilibri ambientali e il futuro delle comunità locali dovrebbero venire prima di qualsiasi ambizione progettuale.

